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22 Dic 2004

"Yule", ovvero il Solstizio d’Inverno

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Visto che mancano pochi giorni al Natale, ma che siamo tutti in vena di festeggiamenti, perché non parlare di una festa proto-natalizia?
Il 21 dicembre!
In questa data si festeggia Yule, ossia la festa del solstizio d’inverno, il giorno in cui il mondo assiste alla notte più lunga dell’anno.
Si tratta di una ricorrenza sacra che ha le sue origini nell’antichità, in tempi in cui veniva celebrata dalle popolazioni celtiche e germaniche anche con il nome di Saturnalia, riprendendo la celebrazione Romana delle divinità agricole come Saturno, da cui il nome deriva.

La parola moderna, derivante dall’Anglo-Sassone “Iul” o dal Germanico “Yula”, significa “ruota”, riprendendo il concetto secondo il quale l’anno gira come una ruota, la Grande Ruota dello Zodiaco, la Ruota della Vita o del Sole.
Si dice che l’ora più buia preceda l’alba e che la festa di Yule celebri per questo la rinascita del Sole.
Nella tradizione Bardica, il Solstizio d’Inverno era chiamato anche Alban Arthan dai Druidi e corrispondeva al periodo dell’anno in cui coglievano il vischio sacro dalla Quercia, una tradizione che ha mantenuto il legame con l’usanza delle decorazioni natalizie con la medesima pianta.
Il vischio era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma (le bacche bianche e traslucide), ed unito alla quercia, il sacro albero dell’eternità, questa pianta partecipa sia del simbolismo dell’eternità che di quello dell’istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalità.

Yule è la festa dedicata alla nascita del Dio Sole, figlio del dio morto l’anno precedente. Questa idea della celebrazione della rinascita del Sole era così universale nel mondo antico che i cristiani vi si adattarono trasformandola nel Natale (il Solstizio d’Inverno nell’antico calendario astronomico romano cadeva, infatti, il 25 dicembre). Nessuno sa con certezza quando Cristo nacque, ma mantenendo questa festa, Cristo veniva misticamente identificato con il Sole, il “Divino Re”. Così, molte delle tradizioni di Yule, praticate dai Germani, dai Celti e dai Romani sopravvivono oggi sotto le spoglie di una festività cristiana.

Per le popolazioni germaniche, Yule è la più importante festività dell’anno e in questo periodo le divinità, chiamate anche “esseri di Yule”, erano più vicine al Midgar (il mondo di mezzo, dove vivono gli umani). Gli spiriti dei morti erano liberi di tornare tra i vivi ed esseri fatati manifestavano la loro presenza. In questo senso può essere associata alla celtica Samhain ( Halloween ).
Nelle cronache Anglo-Sassoni si legge la celebrazione di una dea, nella notte del Solstizio, la Dea fertile dell’estate che muore per rinascere come un Dio, portatore di gelo, buio e morte, il quale purificherà la terra prima della prossima estate feconda. Questo Dio è la reincarnazione della Dea, in un eterno ciclo di nascita/morte, nella Ruota della Vita.
Quindi Yule è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita.
Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall’utero della Dea: all’alba la Grande Madre Terra dà alla luce il Sole Dio.
La Dea è la vita dentro la morte, perche’ anche se ora è regina del gelo e dell’oscurità, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno.
Anche se i più freddi giorni dell’inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.

Come celebrare anche oggi Yule?
Suggerirei di preparare un albero natalizio in variante “solstiziale”, decorandolo con tante piccole raffigurazioni del sole o con figurine alate simili a fatine.

Buon Yule a tutti!!!
(-3 al Natale!)

Riferimenti: Per approfondimenti

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23 Giu 2004

Alban Heruin, ovvero il Solstizio d’estate

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Il 21 giugno è stata la notte più lunga dell’anno.
Non ricordo quasi più dov’ero quando il sole si è infiammato nel punto più alto della volta celeste a fare bella mostra della sua magnificenza.
Probabilmente ero tra le braccia di Morfeo, o di qualcun altro…
Oggi solo pochi dediti alle tradizioni celtiche celebrano quel giorno ed io stessa, che tanto mi vanto di amare la cultura dell’antico popolo di Eriu, mi sono lasciata assorbire dal vortice della quotidianità del XXI° secolo, dimenticando di festeggiarlo anche solo con un pensiero.
Così cerco di rimediare questa sera, alle soglie di un’altra notte fatata: la notte di S.Giovanni, la notte delle “Ruote di Fuoco” (rimando al link per approfondimenti).
In Sicilia, e probabilmente anche in altre parti d’Italia, questa notte trascorrerà insonne all’ombra di riti pagani imbevuti di cattolicesimo a sfondo divinatorio.
L’amata chiederà a S.Giovanni e, in sua vece, alla Natura se sposerà l’amato.
Il maturando chiederà di conoscere anzitempo il responso finale delle sue fatiche quinquennali.
La bambina cercherà il suo principe azzurro tra le parole delle fronde di un albero.
Chissà se il Santo passerà davvero in spirito a benedire le nostre case o se invierà al suo posto il soffio del vento come messaggero?
Se stanotte incrocio i suoi occhi osservando le stelle glielo chiederò.
Buona notte!
Se mi cercate, io sono la fanciulla che danza intorno alle fiamme del falò. Come cosa ci faccio lì?
Sono intenta a scacciare le tenebre!
O almeno, ci provo…
Riferimenti: Alban Heruin o Litha

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26 Apr 2004

"Aspettando il ritorno"… Ovvero "After Wonderland"

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Sto ancora gravitando nella mia dimensione parallela, ma so che questi sono gli ultimi giorni. Forse sono gli ultimi minuti o gli ultimi istanti.
L’ansia di dover tornare nel mondo reale non mi impedisce però di sguazzare in questi ultimi spruzzi di felicità.
Oddio, alle volte avverto come una sorta di fitta in mezzo al petto, come se il muscolo cardiaco trattenesse il fiato dinanzi ad un’immagine spaventosa. Credo che ripeschi dall’abisso dei ricordi la scena primordiale del corpicino che viene alla luce. Un tunnel infinito, la sensazione di essere inghiottiti dal buio, limpressione di essere lanciati nel vuoto…e poi la luce!
Il vuoto irrorato di luce!
Ma le mani sono lì pronte a salvarti, anche se la loro stretta per te non sa ancora di salvezza. Non hai ancora respirato per la prima volta e già conosci il rischio di non poter mai respirare.
Vinta questa prima sensazione, approdi nella luce, ma questa è ancora prodiga di dolore: degusti il primo manrovescio della tua vita – che di per sé non fa poi tanto male – ma ti costringe ad emettere un vagito, indi ti presentano la prima angosciante boccata d’ossigeno.
Chi l’avrebbe mai detto che dopo l’Empireo mi aspettasse l’Ade?
Fino ad adesso essere un feto sembrava essere così piacevole!
Ecco, credo che il mio cuore palpiti di spavento al solo ricordo di quel giorno.
Sa infatti che potrebbe essere costretto a riviverlo da un momento all’altro, anche se la dinamica dovrebbe differire in più punti: intanto, il luogo in cui mi trovo attualmente è situato in basso – non so se ricordate, ma ci sono giunta precipitando, esattamente come Alice – quindi per tornare su devo attendere una spinta antigravità. Già immagino il violento soffio a spirale che mi solleverà (ma perché mi viene in mente sempre il peggio?), costringendomi a temere ancora una volta per la mia esistenza nascente.
Stavolta però ho un asso nella manica: sarò io a decidere se e quando lasciare l’uterina cloaca!
Sorpresi?
Uhm…se avete imparato a conoscermi almeno un po, non credo.
Va bene, mi immergo di nuovo nel mio stato di colorata felicità.
Probabilmente, entro domani, sarò costretta a ri-venire alla luce.

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05 Feb 2004

"Effetto parallasse" ovvero… Ricordi di un viaggio

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Assorta, fissavo senza vederlo il compagno di viaggio di fronte a me.
I vagoni scivolavano sui binari intonando con le rotaie la nota melodia metallica.
In verità, poche cose di quel viaggio devono aver colpito i miei sensi, se non il ripetersi di quella musica e quell’inquietudine indefinita che accompagnava il mio sguardo mentre si perdeva oltre il finestrino.
Dapprima gli occhi si confusero nel tentativo di focalizzare gli oggetti che scorrevano nella porzione più vicina del campo visivo. Inutile.
Il mondo intero scivolava all’indietro in una folle corsa opposta alla corsa del treno.
Verificato che mi sarebbe stato impossibile fermare con lo sguardo i contorni policromi di quel mondo in corsa, mi costrinsi ad immaginare l’alternarsi di alberi, cespugli fioriti, sterpi secchi, cartelli segnaletici e argini di cemento.
D’un tratto, l’intrico di colori e forme si dipanò, lasciando generosamente il posto ad ampi paesaggi dai contorni netti e dal contenuto variegato. Correvano e velocità decrescenti fin quasi a fermarsi sull’orizzonte.
La memoria rievocò una nozione sepolta ed una severa voce maschile m’invase : “L’effetto parallasse è la variazione apparente di posizione che un corpo sembra compiere rispetto allo sfondo”.
Lo sguardo ne fu rapito.
Distese di campi coltivati divise in solchi rettilinei e regolari attirarono subito la mia attenzione e promisero nuova quiete ai pensieri. Tra una retta e l’altra si ergevano neonati tremuli steli.
Seguirono un gruppo di alberi, un ponte sopra un torrente, pianure incolte punteggiate da casolari dai tetti ad angolo.
Un’abitazione scalcinata occupò per un attimo l’intero campo visivo, poi il flusso di natura tornò.
Lontano sfilava una mandria guidata da uomini-formica, mentre l’area recintata più vicina, che continuava a correre con più impegno, mi era sembrata abitata da un gruppo ben assortito di cavalli.
Quel che più mi sembrava vicino continuava a scorrere via più velocemente e ad essere sempre più difficile da afferrare e fissare in modo definitivo, così come è in effetti difficile fermare l’attimo vissuto nel presente.
Poi lo sguardo volse lontano.
Altre case, altre macchie di colore sulle diverse gradazioni di verde, ma la cui corsa sembrava aver perso vigore. Alcune apparivano abitate e i recinti, le siepi potate e le automobili parcheggiate nei viali d’ingresso ne erano testimoni. Altre avevano le imposte serrate e l’intonaco sgualcito dai troppi anni di solitudine.
Infine, il profilo di colline e vette remote reclamarono le mie attenzioni.
Morbidi spigoli grigio-azzurri con screziature di verde e marrone si spostavano appena carezzando il cielo. Ora apparivano quasi immoti, vividi come i ricordi del passato.
Lo rividi in quelle montagne, così lontane eppure così chiare e solide ai miei occhi.
Poi lentamente anche quelle figure si allontanarono sullo sfondo, mentre ai loro piedi nuovi paesaggi si sostituivano ai vecchi.
Mi immersi di nuovo nel flusso delle immagini in movimento, ma la galleria inghiottì ogni colore.

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