Archive for Gennaio 2005

27 Gen 2005

Parole sopravvissute al più grande cimitero del mondo

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“Cadeva la neve come oggi, eravamo vestiti con la divisa a strisce, alcuni di noi erano a piedi nudi”.
Un sospiro.
Tace alcuni secondi.
“Erano tempi orribili”, mormora.

Così Kazimierz Orlowski, 84 anni, polacco, ricorda quel 27 gennaio 1945, quando l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio nazista.

Riferimenti: Repubblica.it

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13 Gen 2005

?La natura mi ha svelato la verità che si cela nel mito? (G. De Nittis)

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L’uggioso pomeriggio di domenica scorsa è stato fonte di ispirazione.
Da circa un mese nei miei pensieri ruzzolava l’idea di andare ad una qualsivoglia mostra di pittura.
Adoro aggirarmi con sguardo sognante tra immagini dai mille colori, m’incantano i volti di personaggi che si mostrano dal passati attraverso il filtro di un pennello, mi catturano i paesaggi eternati nell’istante in cui il pittore ha impresso quel fotogramma sulla retina del demone ispiratore.
Sarà la continua ricerca del bello, il tentativo di compensare le brutture del mondo o il mio necessario sfoggio da esteta, fatto sta che Roma offre una miriade di possibilità di questo tipo e le sorti della mia domenica sono state salvate da quest’idea funambola.

All’inizio avevo proposto la mostra di Degas, al Complesso del Vittoriano, ma la telefonata del fratello di M. mi ha ricordato che le opere esposte erano in prevalenza schizzi.
Ridimensionate le mie prospettive interne, recupero da “notepad” l’appunto delle altre mostre disponibili.
Frugo con la freccetta sul desktop, apro un documento e m’illumino.
“Tesoro, al Chiostro del Bramante danno una mostra su De Nittis! ”
La locandina dice “Impressionista Italiano, 180 dipinti e circa 25 opere su carta”.
“Non sarà proprio Le Musée d’Orsay“, dico ostentando la mia pronuncia borbonica, “ma possiamo tentare”.
Acquistata presentabilità, escogitato un escamotage per liberarci della macchina prima di raggiungere il centro, percorse una serie di viuzze dentro il Ghetto Ebraico e attraversata Piazza Navona, raggiungiamo questo “famoso” Chiostro del Bramante – talmente famoso da non averlo mai scorto in vita mia.
La fantasia della fila davanti all’ingresso si gretola man mano che i calzari sbattono sui sampietrini che asfaltano il circondario dell’Arco della Pace.
“Come mai non c’è nessuno?”, chiedo, “Che sia una sòla?”.
Ah, ma è domenica sera – la mostra chiude alle 23 – , c’è ancora tempo!
E poi all’ingresso ci spennano ben 18 ?, – naturalmente 9 ? a testa, sennò non mi avrebbero mai vista – quindi non è alla portata di tutti.
Prego che il mio portafogli non si sia smagrito inutilmente.
Ebbene… mai mostra è stata più bella!
Vuoi per il gesto sacrificale che ne ha preceduto la visione, vuoi lo straordinario talento dell’artista.

La mostra è articolata in 9 sezioni che sviluppano diverse tematiche care al pittore (come ben spiegato al link, presso cui consiglio di prendere visione dei 3 clip, per centellinare gratis qualche scorcio di mostra).
Lo stile è una sorta di collage tra i movimenti pittorici di fine ’800: una pennellata sottratta ai Macchiaioli, in un parterre preso in prestito ad un Impressionista, contro uno sfondo rubato ad un Vedutista.
Il tutto arricchito dalla messa a fuoco che emula e vince la precisione di una fotocamera di ultima generazione.

Istanti di vita depredati al tempo che scorre nella campagna infuocata della Puglia, o nei pressi della mole del Vesuvio, o durante una tempesta del Mediterraneo, o al passaggio di un treno a vapore che corre inseguito dal fumo.
Flash di vita vissuta dalle dame parigine corazzate da impudichi corsetti nei salotti o al Bois de Boulogne ad inseguire con il binocolo un cavallo in una limpida giornata di sole, e, per contro, carrozze che fuggono nelle piazze affogate dalle nebbie londinesi.
Ma soprattutto, istantanee della moglie immersa nelle chincaglierie giapponesi mentre l’inverno candido imperversa alle sue spalle, o durante una passeggiata in giardino o mentre, col figlio, fa colazione in un giardino illuminato d’oro e d’argento.
Oro e argento sono dappertutto. Sulle tele a olio, sulle stampe in pastello e su rettangoli di seta destinati ad essere ventagli dal sapore d’oriente.
Luci e colori si accavallano e si intrecciano in un ordine assoluto, quasi plastico.
Non si vedono solo, si sentono, si toccano, si assaporano, se ne avverte il profumo che si posa su di te e ti accompagna fuori.
Quel fuori che poi fatichi a raggiungere.

Quando io e M. siamo riusciti a guadagnare l’uscita, costretti a lasciare l’intimità rivelata dalle tele, abbiamo scoperto che lui, Giuseppe De Nittis, era entrato dentro di noi.
Certo, molte opere le avevamo viste sui libri, magari ne ricordavamo anche i titoli, ma non ne conoscevano la sensualità, la profondità e la forza espressiva.
Ci siamo sorrisi e con la tenerezza nel cuore abbiamo deciso di prolungare la sensazione di pienezza che avevamo sperimentato – e di cui già sentivamo la mancanza – immergendoci nell’antro del nostro “kebabbaro” di fiducia.
E con passo leggero abbiamo attraversato Campo de’ Fiori.
Chissà che da qui al 27 febbraio – giorno in cui la mostra chiuderà i battenti – io non faccia una follia ed immoli altri 9 ?…
Riferimenti: La Musica dei Boschi Vol. 2

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07 Gen 2005

Cronaca di un Capodanno da degenza

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Quando il 30 dicembre dell’anno appena trascorso ho varcato la barriera di controllo al Fontana Rossa di Catania, nulla lasciava presagire gli esiti dei giorni a venire.
O almeno, nulla fino a quando il mio volo non è stato posticipato di mezz’ora.
E poi di mezz’ora. E poi di mezz’ora. E poi di mezz’ora…
Solo due ore di ritardo!
Comodi comodi, non scaldatevi, non siete neanche stati messi al corrente delle cinque ore di ritardo del volo di andata! Ma questa è un’altra storia e non mi azzardo – non in questa sede – a distruggere la compagnia aerea che mi sono azzardata a prendere.
Diciamo che è inutile farne nome perché ci ha già pensato da sola a farsi una pessima pubblicità.

Per tornare al mio viaggio, sono atterrata tutta interna e ho riabbracciato il mio M.
Siamo partiti la mattina dopo intorno alle 10.30 e abbiamo raggiunto la meta nelle 4 ore previste, senza intoppi né estenuanti code al casello.
Tutto perfetto, quindi.
Troppo.

Superiamo Pistoia e inforchiamo la Porrettana.
Paesaggio da favola: sfilata di sempreverdi spruzzati di neve, casette dai tetti bassi e dalle mura di mattoni, tronchi spogli rivestiti con abiti d’edera, cespugli di agrifoglio.
Un sogno che avanzava tra le strade curvilinee che si affacciavano sulla valle dell’Alto Reno. E la diga, che trasformava il paesaggio all’ingresso di Pavana Pistoiese.
Un’occhiata curiosa alla casa di Guccini, una scivolata – mia, naturalmente – sul nevischio che decora il sentiero del giardino, saluti e presentazioni frettolosi e… i bacilli.
La ragazza del padrone di casa si è guadagnata l’influenza capodannesca.
Scattano le battute sul rischio epidemico, le minestrine calde, le tachipirina e i colpi di tosse generali. Tra una tosse e l’altra confondiamo quella bacillosa da quella ipocondriaca e, da sei sani più una malata che eravamo, ci riduciamo a quattro sani più tre malati.
I vicini di casa intervallano premurose visite a quello che è stato subito ribattezzato “lazzaretto” – anche se di una bellezza sconosciuta ai lazzaretti di un tempo, devo dire – mentre noi pensavamo di preparare i cartelli di avviso per la quarantena.
Ad un certo punto, le tachipirina erano finite, andate giù come ciliegine.

Giorno 2 gennaio quattro di noi si sono dati alla fuga – tre sani e un malato – e tra questi c’ero anch’io. Nessun sintomo mi si è ancora manifestato, per fortuna.

Un Capodanno insolito, senza dubbio.
Certo è che man mano che passavano le ore le mie aspettative di romantiche passeggiate tra sferzate di gelo e boschi innevati si sono carbonizzate nel caminetto dalla canna fumaria troppo vivace e poi spente del tutto sotto il getto di acqua ghiacciata del lavabo invaso da inesauribili stoviglie.
Che volete, la “bontà” del nuovo anno si pronostica al suo albeggiare.
Non a caso l’anno appena trascorso ci ha lasciato uno splendido ricordo di sé (ma evito di parlare anche qui del cataclisma post-natalizio, le mie pseudo-disavventure volevano essere qui un modo come un altro per far nascere un sorriso).
Il posto, però, era stupendo, come da foto.

Dimenticavo, l’immagine l’ho presa dal web: abbiamo dimenticato la digitale a casa.
(Che fosse un segno premonitore?)

Al link il sito ufficiale della provincia di Sambuca Pistoiese e le altre immagini.

Riferimenti: La Musica dei Boschi Vol. 2

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