Archive for Luglio 2004

25 Lug 2004

Profumi

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Adoro il profumo della pioggia che scende scalfendo la cappa estiva.
Svegliarsi con la carezza di quel profumo e le narici che fremono di piacere.

Non ho molta voglia di scrivere, infatti un pò soffro di solitudine senza la mia ispirazione, ma troppe cose hanno affollato la mia mente in queste ultime settimane.

La ricerca della casa non si è risolta e questa è la principale responsabile del mio calo di energie fisiche ed emotive. Sembra che al momento non ci sia una casa disposta ad accogliermi in questa bolgia di città. Mi sento respinta.
La ricerca dovrà continuare a settembre, tra mille altri impegni, e la prospettiva mi impedisce di pensare serenamente alle vacanze che mi aspettano.
Dannato euro, per colpa sua rischio di rovinarmi la vacanza!

Avverto la presenza della tristezza anche in questo dolce pomeriggio.
Continua a sfiorarmi accompagnandosi con la fresca brezza che viene dal cortile e alle sottili gocce che scivolano giù dalle morbidezze del cielo.
Riprendo in mano il libro che sto leggendo e sorrido, nonostante tutto.
Il sorriso non mi abbandona, anche se il profumo della tristezza fatica a lasciarmi.
So che devo essere fiduciosa – ma non lo sono stata fin adesso? – e so anche che devo tirar fuori un pò di grinta, diamine!
Non è il momento della resa.

Mercoledì parto.
Se ci saranno novità, aggiornerò.
Farò in modo che ce ne siano.

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18 Lug 2004

Destinazione Rodi!

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“Tesoro, andiamo dai miei quest’estate?”
“No, amore”, la voce è lo strascichio di un bambino che non vuole mangiare le verdure, “Sono due estati che andiamo in Sicilia!”
“E allora cosa proporrebbe il tuo cervello sovracarico di connessioni neurali?”, gli rimando un sorrisino laterale che non ha bisogno di traduzioni.
“Voglio dire, mi fa piacere stare dai tuoi, lo sai”, si corregge in calcio d’angolo, “Non lo so… tu cosa squittisci?”
Squit! Non lo so, sei tu l’esperto navigatore di mari e scalatore di montagne, io sono solo il tuo carico pronto a seguirti ovunque…o quasi.”
“Togli pure il quasi, immore!”, attacco di machismo.
“Ok, ok”, condiscendo. Meglio la remissività, in questi casi.
Poi azzardo: “Grecia?”
Mi rimanda un’occhiata da pesce dei mari del sud.
“Che ho detto? E’ da un secolo che me la decanti!”
“E’ che sono sorpreso della funzionalità del tuo cervello-nocciolina…”
Gli riservo una scarica immaginaria (purtroppo) da 1000 watt.
“…”
“…”
“…”
“Comunque, mi piace, puzzetta!”

Lunghe e similari disquisizioni dopo, si organizzano diverse processioni di speranza all’agenzia di viaggi, si disserta in separata sede per decidere quali pezzi di mobilio scaricare al banco dei pegni e si circoscrive l’area con cui “scenografare” il nostro agosto.
Destinazione Rodi!
Città di Lindos, per l’esattezza.
La partenza è ancora lontanuccia, ma intanto sogno.

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17 Lug 2004

Verità di Jacopo Belbo

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“[...] Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti.”
“Avanza qualcosa?”
“Sì, noi due, per esempio. O almeno, non per offedere, io. Ma insomma, chiunque, a ben vedere, partecipa di una di queste categorie. Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.”
“Idealtypen.”
“Bravo. Sa anche il tedesco?”
“[...] Ma torni alla sua tipologia, Cos’è il genio, Einstein, per dire?”
“Il genio è quello che fa giocare una componente in modo vertiginoso, nutrendola con le altre.” Bevve. [...]
“Ma i matti?”
“Spero non abbia preso la mia teoria per oro colato. Non sto mettendo a posto l’universo. Sto dicendo cosa è un matto per una casa editrice. La teoria è ad hoc, va bene?”
“Va bene. Adesso offro io.”
“Va bene. Pilade, per favore meno ghiaccio. Se no entra subito in circolo. Allora. Il cretino non parla neppure, sbava, è spatico. Si pianta il gelato in fronte, per mancanza di coordinazione. Entra nella porta girevole per il verso opposto.”
“Come fa?”
“Lui ci riesce. Per questo è cretino. Non ci interessa, lo riconosci subito, e non viene nelle case editrici. Lasciamolo lì.”
“Lasciamolo.”
“Essere imbecille è più complesso. E’ un comportamento sociale. L’imbecille è quello che parla sempre fuori del bicchiere.”
“[...] Se vuole, in termini comuni, è quello che fa la gaffe, che domanda come sta la sua bella signora al tipo che è stato appena abbandonato dalla moglie. Rendo l’idea?”
“Rende. Ne conosco.”
“L’imbecille è molto richiesto, specie nelle occasioni mondane. Mette tutti in imbarzzo, ma poi offre occasioni di commento. Nella sua forma positiva, diventa diplomatico. Parla fuori del bicchiere quando la gaffe l’hanno fatta gli altri, fa deviare i discorsi. Ma non ci interessa, non è mai creativo, lavora di riporto, quindi non viene ad offrire manoscritti nelle case editrici. L’imbecille non dice che il gatto abbaia, parla del gatto quando gli altri parlano del cane. Sbaglia le regole di conversazione e quando sbaglia bene è sublime. Credo sia una razza in via di estinzione, è un portatore di virtù eminentemente borghesi. [...]”
[...]
“E lo stupido?”
” Ah. Lo stupido non sbaglia nel comportamento. Sbaglia nel ragionamento. E’ quello che dice che tutti i cani sono animali domestici e tutti i cani abbaiano, ma anche i gatti sono animali domestici e quindi abbaiano. Oppure che tutti gli ateniesi sono mortali, tutti gli abitanti del Pireo sono mortali, quindi tutti gli abitanti del Pireo sono ateniesi.”
“Che è vero.”
“Sì, ma per caso. Lo stupido può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate.”
“Si possono dire cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste.”
“Perdio. Altrimenti perché faticare tanto per essere animali razionali?”
“[...] Lo stupido è insidiosissimo. L’imbecille lo riconosci subito (per non parlare del cretino), ma lu stupido ragiona quasi come te, salvo uno scarto infinitesimale. E’ un maestro di paralogismi. Non c’è salvezza per il redattore editoriale, dovrebbe spendere un’eternità. Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchitto ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l’accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo editoria? [...] Eh sì. la stupidità ci circonda. E forse in un sistema logico diverso dal nostro, la nostra stupidità è la lor saggezza. Tutta la storia della logica consiste nel definire una nozione accettabile di stupidità. Troppo immenso. Ogni grande pensatore è lo stupido di un altro.”
“Il pensiero come forma coerente di stupidità.”
“No. La stupidità di un pensiero è l’incoerenza di un altro pensiero.”
“Profondo. Sono le due, tra poco Pilade chiude e non siamo arrivati ai matti.”
“Ci arrivo. I matti li riconosci subito. E’ uno stupido che non conosce i trucchi. Lo stupido la sua tesi cerca di dimostrarla, ha la sua logica sbilenca ma ce l’ha. Il matto invece non si preoccupa di avere logica, procede per cortocircuiti. Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha una idea fissa, e tutto quel che trova gli va bene per confermarla. Il matto lo riconosci dalla libertà che si prende nei confronti del dovere di prova, dalla disponibilità a trovare illuminazioni. E le parrà strano, ma il matto prima o poi tira fuori i Templari.”
“Sempre?”
“Ci sono i matti senza Templari, ma quelli con i Templari sono i più insidiosi. All’inizio non li riconosci, sembra che parlino in modo normale, poi, di colpo…” Accennò a chiedere un altro whisky, ci ripensò e domandò il conto. [...]
“[...] Per essere la prima sera che smetto di bere, mi sento alterato. Dev’essere la crisi di astinenza. Tutto quello che le ho detto, sino a quest’istante compreso, è falso. Buonanotte, Casaubon.”

(Tratto da IL PENDOLO DI FOUCAULT di Umberto Eco)

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08 Lug 2004

A Kidnapping Story

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Raggi caldi promanavano da un cielo intriso di primavera, quella mattina di fine secolo a Clarinbridge. La contea di Galway tornava a sorridere dopo il rigido inverno irlandese e, con essa, l’antica regione del Connaught.
Dal secondo piano dell’abitazione, la signora McConnor contemplava il mare con i suoi contorni orlati dalla baia scura e frastagliata, sulle cui onde si bagnavano, come ninfee in attesa di schiudersi, le isolette rocciose che fin da bambina immaginava essere popolate da Ondine fatate e misteriose creature dell’acqua.
La signora McConnor sospirò e si allontanò dalla finestra. Doveva tenere a bada la ciurma di scatenati che aveva per figli. Si stupì quando si rese conto che ognuno dei suoi sei figli era stato impegnato in breve in una qualche attività dopo appena mezz’ora: i due ragazzi maggiori, Sean e Jack, erano con il precettore d’inglese; Sharon, la maggiore delle figlie stava imparando l’arte del ricamo grazie alle abili direttive della zia; i piccoli Archie, Ethel e Eleanor erano invece stati affidati all’anziana tata e giocavano nei pressi della veranda, concessione accordata grazie alla benevolenza del tempo.

La tata sferruzzava all’ombra del pergolato, rassicurata dal riso spensierato dei bambini che si rincorrevano in giardino. Archie, un bimbetto roseo e biondo di cinque anni, cercava di afferrare la sorellina Ethel di appena un anno più piccola e bionda allo stesso modo, mentre la piccola Eleanor, che non aveva ancora compiuto due anni, seduta ai piedi della tata incitava gli altri con suoni articolati in modo originale e pressoché incomprensibili da orecchie comuni. La tata di tanto in tanto staccava gli occhi dai ferri per evitare che la situazione le sfuggisse di mano.
“Archie, attento a non spingere tua sorella!”, era uno degli echi sporadici che giungeva ai bambini. Doveva avere un certo potere di premonizione, dal momento che poco dopo si udì l’urlo di Ethel e lo squittio eccitato di Eleanor: “Edel caùta! Edel caùta!”
Un secondo dopo, la tata lasciava cadere il lavoro che aveva in grembo e si precipitava dalla bambina piangente; accanto a lei il fratellino stava cercando di consolarla, minimizzando l’accaduto, ma veniva respinto con decisione da una mano paffuta ed accusatrice.
La piccola Eleanor, nel suo vestito giallo a fiorellini, emise un grido preoccupato in direzione della sorella ed un altro sotto forma di rimprovero che doveva essere rivolto al fratello, scosse la testolina tonda contornata da riccioli color del miele raccolti in due codini e si sollevò da terra. La sua meta era senza dubbio la scena dell’incidente, ma poi qualcosa dovette farle cambiare idea: due splendide farfalle le si avvicinarono.
“Belle!”, esclamò la piccola già dimentica del suo precedente impegno, come del resto è tipico della quasi totalità degli esseri umani che hanno raggiunto la sua stessa quota di anni.
Si concentrò, quindi, sulla novità. Allungò le manine nel tentativo di afferrarne una e – stupore! – si accorse di avere di fronte due esseri davvero singolari: erano farfalle molto grandi, con due ali luccicanti e multicolori che sostenevano ciascuno un corpicino rosato da fanciulla.
Lo sguardo sorpreso e curioso di Eleanor le gratificò e alla loro danza aerea si accompagnò una risatina lieve come un tintinnio, poi si librarono più in alto dirigendosi verso la casa.
Eleanor le accompagnò con gli occhioni verdi spalancati, poi le gambette tornite decisero di seguire la stessa direzione. Saltellando verso l’alto nel tentativo di afferrarle, la bimba percorse il corridoio che conduceva alla sala da pranzo, sorda dei richiami della cuoca che l’aveva scorta dalla cucina.
“Enite faffalle!”, gridava. Ma gli strani esserini alati continuavano a farsi beffe di lei con risatine tinnule, disegnando in volo ghirigori sempre diversi per disorientare la piccola.
Non ottennero risultati. Eleanor non avrebbe desistito, ormai era chiaro.
Arrivati alla sala da pranzo, le due strane farfalle rinunciarono alla fuga e le si avvicinarono; la fissarono con i loro piccoli e neri occhi a mandorla, mentre la bimba soddisfatta rivolgeva loro un enorme sorriso.
“Shiete angioletti o bimbe?”, chiese felice. Le due creature si guardarono dando l’impressione di non aver capito, poi all’unisono fecero segno di no con il piccolo capo. Una sorta di melodia echeggiò per la stanza: “Voi ci chiamate…fate“.
Ma la melodia s’interruppe, scontrandosi con i toni striduli e sempre più vicini emessi dalla cuoca che chiamava la bambina dal corridoio.
Gli esseri alati si staccarono da Eleanor e si precipitarono verso la serratura della credenza. Eleanor le rincorse per l’ennesima volta.
“Non ci seguire! Resta lì!”, cantò ancora la voce.
Ma cantò invano.
Mentre la prima fata spariva per incanto dentro la serratura del mobile e la soglia della stanza veniva oscurata dalla sagoma della corpulenta cuoca, la piccola Eleanor si avvicinava alla seconda, le ghermiva le gambe minuscole e, con lei, veniva risucchiata in un vortice di luci e colori perdendosi nell’oscurità dell’angusta apertura di legno.
“ELEANOR!”, urlò la cuoca. E, come se avesse esaurito tutto l’ossigeno a sua disposizione, la voce le si spense in gola; fu allora che il buio la inghiottì, seppur un buio diverso da quello che poco prima aveva fagocitato la bambina.

Quando poco più tardi la cuoca di casa McConnor riprese i sensi, tutto quello che riuscì ad articolare fu un racconto sconnesso di fate e rapimenti, di cui del resto la verde Irlanda trabocca, senza essere in grado di proferire niente di più convincente circa la sparizione di Eleanor. Genitori, fratellini, tata e servi la cercarono in tutta la casa e dintorni per tutto il giorno ed oltre, fecero appello alle forze dell’ordine locali, a parenti, amici e conoscenti, vissero per giorni, settimane, mesi, anni, nella speranza di avere sue notizie, ma nulla!
Davvero la piccola Eleanor McConnor, due anni da compiere a giugno, ultimogenita del proprietario terriero Gerald McConnor, era sparita nel nulla e per anni a Clarinbridge e nella contea di Galway si parlò di lei e di come, una mattina di marzo del 1893 fosse stata rapita dalle fate.

Copyright Etain
(Storia che fa da incipit ad un mio lungo, ed ancora incompiuto, racconto fantasy. L’ispirazione? Un sogno.)

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02 Lug 2004

Equilibrio bipolare

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Una settimana è già trascorsa.
Mi ha regalato un equilibrio fresco e bipolare, intriso di speranze in fasce.
Si è trattato di una sorta di lungo week-end, intramezzato da brevi soste con pazienti e colleghi nell’ambulatorio semideserto, promemoria di un’estate che progredisce inquieta.
Sono vissuta in una sorta di limbo pacato, in attesa che qualcosa cambiasse, conscia del cambiamento che prepara la sua esplosione.
Infine, la deflagrazione è avvenuta, attesa ma intempestiva, mentre festeggiavo la persona che più di ogni altra è presaga del mio futuro.
Quel messaggio, quanto l’ho odiato!
Insospettato, inopportuno, profano nella coltre luminosa del mio limbo.
“Quando torni a casa? Devo parlarti, mi trasferisco il 10 luglio…”
Rabbia.
A volte ancora non accetto che il futuro di molte relazioni sociali possano dipendere da un minuscolo aggeggio elettronico.

Un’altra persona che esce dalla mia vita.
Lasciando al suo passaggio scie di problemi irrisolti, vissuti condivisi, sorrisi da primi incontri e lacrime da spargere.
Per riuscire a rispondere al messaggio ho dovuto aspettare di indossare i toni adatti per l’occasione.
Prima mi sono sfogata con Lucy che continuava a leccarsi la ferita sul piccolo ventre depilato, eludendo persino la difesa del collare elisabettiano – cosa che continuo a fare anche mentre scrivo…inutile dire che i tempi di guarigione di sono protratti…
Poi ho raggiunto con passo marziale la fermata dell’autobus mescolandomi agli astanti, mentre trastullavo la mano destra con il Nokia 3510i.
Inutile l’unica fermata che avrei dovuto fare per raggiungere la GS a pochi metri, ma mi era necessaria la sosta per raccogliere le idee.

“Sono contenta per te! Torno domani. Stasera devo festeggiare l’assunzione di M. con una cenetta! Sto facendo la spesa! ^__^”.
È vero, ero contenta, ma perché quella terribile fitta di rabbioso egoismo?
Forse stavo solo spostando il bersaglio di quella rabbia.
Forse stavo solo cercando un modo da dura per affrontare l’imminente distacco.
Si sa, quando in un appartamento cambia un assetto che bene o male funzionava da anni – 3 anni, nel caso specifico – il rischio è quello di non lasciarsi bene.
Si preferisce aggredire l’elemento uscente per evitare di affrontare il lutto della separazione.
Dovevo evitare che ciò avvenisse.
Non un’altra volta.
Non con S.

Tornata a casa, mi sono rifugiata nell’angolo rassicurante del lavello colmo di una cucina da scapolo e tra le pagine lievi di un libro in cui si respira un intrigante profumo d’oriente.
Lo consiglio a tutti coloro che hanno bisogno di una pausa dal quotidiano o di un viaggio economico, ma esotico.
N.P., di Banana Yoshimoto.
L’ho acquistato martedì pomeriggio per avere compagnia, mentre il sole di giugno sfiorava la mia pelle refrattaria all’abbronzatura su una sdraio da piscina.
Mi ha letteralmente stregato, dalla prima all’ultima pagina.
Per 24 ore mi ha ammaliato con l’incantesimo di uno stile semplice e delicato.
Una lunga carezza che il mio spirito ha accolto con gioia e gratitudine.
Non vi svelo la storia: troppo contorta in contrasto con lo stile rettilineo.
Lascio su questa pagina un piccolo assaggio.

“[...]La grande vista che si apriva davanti a noi senza limiti aveva completamente eliminato tutte le cose così a lungo accumulate e un’aria pura riempiva lo spirito. Ma qualcosa continuava a brillare senza mai spegnersi. C’era una gran pace. Era una notte limpida, fuori del tempo, come la fine del mondo.[...]“

Riferimenti: Immagine di Marcela Garcia Rodriguez

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