Archive for Aprile 2004

30 Apr 2004

Tempo di poesia…

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L’ampolla dell’anima

Ampolla di passato, cattura odori
fugaci di pioggia d’estate
e stemperali nel rosso di papaveri
genuflessi sull’oro di gravide spighe.
Io attendo con occhi attoniti,
deformi su fondi di bottiglie infrante,
mescendo con mestolo da strega
profumi di storia e lacrime di nube
per preparare il “filtro della rimembranza”
da lasciare a possibili eredi distratti.
Cauta, centellino i preziosi ingredienti.
Diligente, snido le istruzioni per la miscela
tra polveri e scaffali riposti da mani d’infante.
Come primo elemento “risa di bimbo”
fuso insieme a “diapositive di pianto”;
dal pulviscolo che zebra la soffitta d’incanti
pesco “sole al risveglio” da diluire
con “pioggia nell’ora di schiudere l’alcova ai sogni”.
Infine aggiungo un pizzico di “sabbia d’agosto”
e trito umido di “fragranza di foglie d’autunno”.
In lingotti condenso il tutto con preghiere da serafino,
entro crogiuoli, lo fondo con invocazioni da demone,
in vapori lo trasmuto con bollenti lacrime di presente.
Eccoti pronto, o filtro dei ricordi!
Serba nella piccola ampolla della mia anima,
mano a mano che il domani evapora,
l’essenza che mi è stato concesso di respirare ieri.

Etain
Riferimenti: Nowhere Festival, agosto 2003

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26 Apr 2004

"Aspettando il ritorno"… Ovvero "After Wonderland"

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Sto ancora gravitando nella mia dimensione parallela, ma so che questi sono gli ultimi giorni. Forse sono gli ultimi minuti o gli ultimi istanti.
L’ansia di dover tornare nel mondo reale non mi impedisce però di sguazzare in questi ultimi spruzzi di felicità.
Oddio, alle volte avverto come una sorta di fitta in mezzo al petto, come se il muscolo cardiaco trattenesse il fiato dinanzi ad un’immagine spaventosa. Credo che ripeschi dall’abisso dei ricordi la scena primordiale del corpicino che viene alla luce. Un tunnel infinito, la sensazione di essere inghiottiti dal buio, limpressione di essere lanciati nel vuoto…e poi la luce!
Il vuoto irrorato di luce!
Ma le mani sono lì pronte a salvarti, anche se la loro stretta per te non sa ancora di salvezza. Non hai ancora respirato per la prima volta e già conosci il rischio di non poter mai respirare.
Vinta questa prima sensazione, approdi nella luce, ma questa è ancora prodiga di dolore: degusti il primo manrovescio della tua vita – che di per sé non fa poi tanto male – ma ti costringe ad emettere un vagito, indi ti presentano la prima angosciante boccata d’ossigeno.
Chi l’avrebbe mai detto che dopo l’Empireo mi aspettasse l’Ade?
Fino ad adesso essere un feto sembrava essere così piacevole!
Ecco, credo che il mio cuore palpiti di spavento al solo ricordo di quel giorno.
Sa infatti che potrebbe essere costretto a riviverlo da un momento all’altro, anche se la dinamica dovrebbe differire in più punti: intanto, il luogo in cui mi trovo attualmente è situato in basso – non so se ricordate, ma ci sono giunta precipitando, esattamente come Alice – quindi per tornare su devo attendere una spinta antigravità. Già immagino il violento soffio a spirale che mi solleverà (ma perché mi viene in mente sempre il peggio?), costringendomi a temere ancora una volta per la mia esistenza nascente.
Stavolta però ho un asso nella manica: sarò io a decidere se e quando lasciare l’uterina cloaca!
Sorpresi?
Uhm…se avete imparato a conoscermi almeno un po, non credo.
Va bene, mi immergo di nuovo nel mio stato di colorata felicità.
Probabilmente, entro domani, sarò costretta a ri-venire alla luce.

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23 Apr 2004

Ancora dal Paese di Alice: mini-cronaca dal "Journal of Wonderland!"

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Come sempre, nei momenti di maggiore stress, mi si spalanca il cuneo della creatività, amato-odiato escamotage distraente dalle attività improrogabili di cui il mondo vorrebbe oberarmi.
Una sorta di precipizio che sbocca sull’immondezzaio colorato della mia mente contorta, ove pullulano fantasmi passati, presenti e futuri.
Il corpo precipitato atterra, vincendo la vertigine ed ammortizzando il colpo su sacchetti dal profumo annoso. Si vive il suo sogno trasgressivo contro le impellenze del tempo, cresce e si espande nelle dimensioni ipnotiche della mente, costruisce il palazzo di opale e di autismo sul monte policromo che al centro sovrasta la cloaca.

E sono ancora incontrastata Sovrana nel mio Regno della Fantasia.

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21 Apr 2004

Alice’s Adventures in Wonderland.

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“Un pomeriggio insieme tutto d’oro,
Sull’acqua mollemente,
Mentre delle piccole inesperte braccia
La barca ne risente,
E il destino è nelle piccole mani
Riposto vanamente.

Come potete, voi tre, Grazie crudeli,
In quest’ora di languor
Pretendere il racconto da un respiro
Di tanto scarso vigor?
Che può una voce sola contro tre?
Si nega e si nega ancor?

Che «si cominci». Prima esige subito,
Col suo imperioso stile,
«Il nonsenso non ci manchi» implora
Secunda, ch’è gentile,
Mentre poi Tertia fa mille domande
Con ansietà febbrile.

Silenzio! E calme, tutte quante ora,
Inseguono il mistero
Delle meraviglie nuove e i battibecchi,
In quel paese fiero,
Tra la bimba del sogno e gli animali;
Oh, sembra quasi vero!

E se la fonte dell’ultima fantasia
Gli si era prosciugata,
Chiedeva di rimandare a domani
Quella voce isolata,
«Adesso! Adesso!» dal coro veniva
Di nuovo pungolata.

Così estorti furon gli strambi eventi,
Meraviglie a confronto,
Di ventura in ventura fu raggiunta
La fine del racconto.
Ciurma felice, ora si torna indietro;
Il sole è al tramonto.

Alice, bada alla semplice storia!
Riponila pian piano
Dove l’Infanzia dei sogni si infiltra
Dentro il mistico arcano
Della Memoria: è il fiore appassito
Di un paese lontano.”
(Lewis Carroll)

E come da sempre accade nei poliedrici istanti della mia vita, di nuovo corro nel mio personale Paese delle Meraviglie ad inseguire, curiosa, il mio Bianconiglio.
Spero di riemergere presto da sogno.
O forse no…

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18 Apr 2004

Etain dei fiori…

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…ovvero, come girovagando per il web, un giorno scopri che il tuo nick, oltre ad essere il nome di una principessa celtica, sia stato già utilizzato da un giardiniere – o da chi per lui – appassionato di leggende del suo popolo…

Viole e profumo di fiori.
A dispetto di un tempo che cerca invano di ottenebrare la primavera.
Ma lo spirito la sente, la invoca, la trova…
Buona domenica!

(e scusate il post laconico…)

Riferimenti: Viola "Etain"

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12 Apr 2004

Amici d’infanzia

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È così triste constatare quando si è cresciuti che non si ha più niente da convivere, nessun progetto in comune da perseguire.
Il ritorno alla radici in questi casi può risultare alquanto traumatico, come il suono inatteso di una sveglia innescata la domenica mattina.
Eppure lo sapevi già, la tua mente ha formulato mille volte la frase:
“Non ho niente in comune con queste persone”.
Poi incontri il loro sorriso di cortesia dopo un viaggio, scambi quattro chiacchiere formali e ti ritrovi a parlare di cose futili più futili ancora che parlare del tempo e ti scontri con un imbarazzo più forte di qualsiasi silenzio.
Io che ho smesso da tempo l’abito rabberciato da timida fanciulla e non mi imbarazzo neanche di fronte in una platea o dinanzi ad un’aula di studenti universitari in attesa che sciorini un bel discorso forbito e intriso di fervore accademico.
È più forte di me, ma non riesco più ad instaurare un dialogo decente non dico impegnato con una persona con cui ho diviso quelli che avrebbero dovuto essere i migliori anni della mia vita.
Ma lo sono davvero stati? Forse è tutto qui il motivo dell’ostacolo.
Fin da ragazzina ho ingaggiato con me stessa e con l’ambiente una strenua lotta per sopravvivere in una realtà che non mi dava nulla, ma che da me chiedeva sempre troppo.
Ho dovuto negare un centinaio, un migliaio, un milione di volte me stessa, elemosinando un cenno che mi facesse sentire accolta e ho finito per snaturarmi.
Adesso che mi sento davvero me stessa non oso mostrarmi: non mi riconoscerebbero ed io non sono cattiva abbastanza per procurare al mondo una tale delusione.
Così mi fingo asociale e continuo per la mia strada.
Non prima, però, di aver pronunciato qualche frase significativa.

“Tutto bene, qui che si dice?”
“Sì, certo, qui c’è tutta un’altra aria”
“Sì, sono tornata per le feste”
“No, il mio ragazzo lavora, non poteva venire”
“A Roma però era più caldo…nelle città la temperatura si mantiene più alta”
“Parto martedì, e sì, è stata solo una toccata e fuga”
“Sì, tornerò in estate”

E sì, crescere lascia sempre in bocca un sapore da fondo di caffè.
Soprattutto se tu sei cresciuta seguendo una traiettoria che non si interseca con quella degli amici d’infanzia. E soprattutto se, rincorrendo vettori diversi, si dimentica che le persone con il tempo si modellano e sono soggette a cambiamenti. Io cerco di ricordarlo, sempre.
Al contrario, è difficile cambiare – e concepire la possibilità che il cambiamento possa avvenire-, per chi vive intrappolato in un mondo pressoché immutabile i cui unici cambiamenti sono dati dall’alternarsi delle stagioni e delle fiction televisive!

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08 Apr 2004

E a proposito di Sicilia…

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…ecco uno scorcio della cittadina che è il comune di appartenenza del mio paesiello!
Sia aperto il Concorso: Indovinate il nome della città!!!
Indizio: si trova nella provincia di Messina!
In bocca al lupo!
Riferimenti: Sicily Foto

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06 Apr 2004

Pasqua in famiglia.

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E dopo aver atteso almeno 10 minuti prima di vedere aprirsi il modulo per inserire un nuovo articolo, eccomi qua, ancora a riversare pensieri inutili su questa pagina bianca.
Sono in Sicilia da domenica. Solo 50 ore, per l’esattezza.
50 ore trascorse in famiglia e già mi vien voglia di scappare via a gambe levate. E pensare che non vedevo l’ora di tornare!
Mi sembravano oramai lontani i giorni in cui mi lasciavo assalire da un sentimento di nostalgia tale da dove abbandonare tutto – aule, libri, amici e amori – per tornare nell’accogliente alveo genitoriale.
Eppure è successo di nuovo.
Ma non poteva durare.
La situazione in casa non è delle migliori e mi sono sentita in dovere di restare sempre in compagnia della ciurma parentale onde evitare che, le bombe da troppo tempo innescate, venissero urtate e producessero le inevitabili deflagrazioni.
No, nulla da temere, invero.
Nessuna miccia costituisce un pericolo reale.
Più che di esplosioni, il parentado è a rischio di “implosioni”.
Tanto che mi chiedo come facciano a non destrutturarsi in mia assenza, spargendo i vari frammenti sulle umide pareti di casa.
No, non ho assistito a dei veri scontri tra le parti.
Ho visto i loro occhi imploranti aiuto e attenzione, tanto simili agli occhi di bimbi dei brefotrofi ritrovati in cesti spinosi e corredati di lettera sul sagrato di una chiesa.
Ora ricordo perché a volte preferisco non tornare: odio sapere quanto loro abbiamo bisogno di me e quanto, invece, io abbia bisogno di sentirmi libera dai loro occhi teneri e ricattatori.
Come ignorarli?
Intanto che ci penso su, cercherò di godermi i profumi di primavera e di non punirmi con la cioccolata.
Buona Pasqua!

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01 Apr 2004

La Maschera di Gesso

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DOVE SI DECIDE SE È MEGLIO RECITARE O VIVERE.

La Vita.
Cos’è la Vita?
La Vita, con la “V” maiuscola, intendo.
Enorme palcoscenico per esibizioni su canovacci mai scritti, di opere che si tramandano attraverso l’eco di trovatori estinti?
Forse si e forse no.
Chissà cosa ne pensereste dopo aver letto una storia?
Siete curiosi? Ebbene, non vi deluderò.

Cominciamo, allora.
Un enorme palcoscenico, dicevo. Figuratevi questo palcoscenico vecchio, un pò malmesso, con le assi di legno scurite dall’umidità e decorate da qualche bucherello qua e là. Doveva essere stato legno buono, ai suoi tempi, visto che qualche tarlo furbone vi si era installato.
Su quel palcoscenico dicevo – si imbatté un giorno una maschera. Un volto di gesso dalle fessure tristi su un corpo di bambina imbellettato da volant e fiocchi e pizzi.
Leggeva un copione scritto in corsivo su carta ingiallita. Non lo amava molto, la maschera triste dal corpo acerbo, ma il regista la costringeva a continuare la recita. E più continuava e più il gesso bianco assumeva sembianze contrite, da vecchia stanca.
La rappresentazione non ammetteva pause e, pian piano, anche quel corpo da bambina iniziava ad assumere la postura piegata e contorta da nonna.
Le gambette tornite si accorciavano anziché allungarsi, le manine candide e lisce lasciavano il posto a dita scure e rugose come rami di alberi rinsecchiti, i riccioli corvini, cui il bianco del gesso – con dispregio, forse -, faceva contrasto, cominciavano a confondersi con l’orrida maschera.

Cosa poteva più salvarla?
Chi poteva restituirle l’età dei giochi e dei sorrisi di cui era stata defraudata?

Dietro quella maschera lei recitava. E piangeva. Ogni giorno, ogni momento.
Quel canovaccio era per lei un tormento, eppure sapeva che lo spettacolo doveva continuare.
Forse un giorno non molto lontano le pagine da imparare a memoria sarebbero finite.
Ed allora, o si, solo allora lei sarebbe stata libera di scegliere battute e personaggi da mettere in scena. O meglio ma ancora non osava sperare avrebbe potuto scrivere un suo proprio canovaccio! Per lei e per lei soltanto!

Cosa sarebbe stato di lei senza i suoi sogni?
Chi altri, se non lei stessa, custodiva la chiave per aprire il forziere dove questi albergavano?

E così un giorno accade.
Una distrazione del regista, un istante rubato ai suoi occhi, un balzo giù, lontano da quelle travi consumate ed una corsa a perdifiato tra le fila rosse di poltrone dalle fodere smagliate.
Il tormento era finito.
Ecco, non era stato difficile.
NO!, urlava il regista con viso paonazzo.
NO!, eco che risuonava tra gli spalti vuoti.
Un tentativo di inseguire la preda paralizzata da quell’urlo terribile.
Poi la piccola attrice comprese: “La maschera, la maschera è il mio vero nemico! È lei che mi ha reso prigioniera! E forse anche colui che credevo essere il mio carceriere in realtà è una vittima che non sa di esserlo. Lui dipende da questo gesso ed io io posso liberarmi. Liberarci!”Un gesto deciso, un lancio e lo schianto.
La maschera era morta, la bambina riviveva.
Finalmente il regista poteva conoscere il suo vero volto, ma era troppo tardi.
Poté solo rivolgere un grazie con un pallido sorriso agli occhi neri e alle gote rosee che aveva appena scoperto prima di dissolversi per sempre. La piccina non gliene volle: gli sorrise a sua volta mentre lo salutava con la mano, prima di voltare le spalle al teatro delle sue sofferenze e dirigersi con passo deciso e con saltelli da fanciulla, adesso! – verso il portone scuro.
E mentre varcava la soglia e la luce del sole del mattino la abbagliava, udì un suono sordo come di un “clic”, mentre il sipario si abbassava e nel teatro calava la notte.
Lo spettacolo era terminato.
La bambina non più maschera ora era libera di scrivere o riscrivere, di recitare o di vivere il canovaccio o i canovacci – della sua Vita.

Ed ora, signori e signore, vi porgo di nuovo la domanda, e attenti a dare una risposta ponderata e il più possibile convincente.
Cos’è la Vita?

Etain

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