Archive for Febbraio 2004

23 Feb 2004

Carnevale: un pò di storia…

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Carnem Levare vale a dire “abolire la carne”.
Questo si dice essere il vero significato del Carnevale.
Un luculliano banchetto pubblico, dava l’addio (temporaneamente) alle abbuffate di carne per sancire l’inizio della Quaresima, periodo di astinenza, digiuno e privazione.

Ma il Carnevale era soprattutto la festa del popolo, il luogo “astratto” del riso, del divertimento, dello scherzo e della follia senza mezze misure.
Liberi da tutto e da qualsiasi vincolo, legge o pudicizia, le persone si davano alla pazza gioia.
I ruoli sociali si sovvertivano e le barriere del sesso, del ceto, dell’età, venivano superate da un rito collettivo in cui ogni singolo individuo abbandonava la propria individualità per confondersi nel gruppo e con questo far baldoria.

Le origini del carnevale vanno ricercate in antichi riti legati al rapporto tra uomo e terra, nel periodo in cui i lavori della terra subivano un arresto la vita sociale si intensificava.
Chi era uso a lavorar la terra nel periodo che andava dai primi dell’anno all’inizio della primavera aveva tempo per frequentare il vicinato e per celebrare riti propiziatori per il ritorno della luce e per la fertilità dei campi.
L’uso della maschera che ride era legato alla credenza che la risata, anche se non reale, allontanasse gli spiriti maligni e che con il volto coperto l’uomo, non più legato alla propria umanità, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente inusuali o mal tollerati.
L’abbandonarsi ad estreme licenze sessuali potrebbe essere riportato agli antichi riti propiziatori che prevedevano l’unione dei corpi sulla nuda terra come omaggio alla Madre Terra, riti radicati soprattutto tra i popoli Celti.
Inoltre, il Carnevale aveva alle spalle quella ricca tradizione derivante da antichissimi riti pagani: i Baccanali della terra greca e i Saturnali del popolo Romano.
L’usanza di bruciare un fantoccio richiama i sacrifici primitivi.
Gli antichi romani si abbandonavano a festeggiamenti, che richiamano il carnevale odierno, durante i “Saturnali”, feste dedicate al dio Saturno (divinità italica delle sementi), che iniziavano il 17 dicembre e si protraevano per sette giorni.
La festa veniva inaugurata a Roma, con un sacrificio solenne, seguito da un generoso banchetto pubblico. Seguivano, poi, festeggiamenti di vario genere (gioco d’azzardo, allegre bevute, scambio di doni più o meno simbolici), che spesso sfociavano in eccessi. Durante i Saturnali tutto era consentito, in particolare era in uso lo scambio dei ruoli, indossando gli abiti altrui; gli schiavi venivano, ad esempio, serviti dai liberti o dai padroni e potevano concedersi ogni libertà!
Si estraeva a sorte una specie di re della festa, che aveva ogni potere.

Con la diffusione della religione cristiana nel periodo, prima, e cattolica, poi, il Carnevale ha assunto il significato di inizio ufficiale delle celebrazioni quaresimali.
La “longa manu” della Chiesa e i suoi tentativi di cristianizzazione imporranno , purtroppo, un più morigerato festeggiamento del Carnevale facendogli perdere quella dimensione magica e spirituale che, fino ad allora, lo aveva caratterizzato.

Durante il Medioevo, il clero tollerò le feste popolari, anche le più grossolane, come la festa dell’asino e la festa dei folli (feste popolari, caratterizzate da gare tra asini o, nel secondo caso, dalla celebrazioni di stravaganze, definite follie).
Tra i divertimenti più diffusi, i balli in maschera erano i più amati.

Una curiosità: danzando il ballo degli ardenti, il re di Francia, Carlo VI, stava per perdere la vita, travestito da orso. I partecipanti alla festa dovevano danzare intorno ad un fuoco ed il travestimento ingombrante del sovrano francese prese fuoco durante il ballo.

Fu durante i secoli XV° e XVI°, che si diffusero le mascherate pubbliche, e si rinnovarono alcune tradizioni.
I romantici mostrarono un grande interesse per le manifestazioni popolari, ma ormai questi divertimenti erano stati profondamente ridimensionati, ed avevano perso il loro splendore. Un declino, iniziato già da qualche tempo.

Nonostante questa evidente menomazione il Carnevale riuscì a resistere agli attacchi e, seppur cambiato nei riti, ad arrivare sino ai giorni nostri.
Ma forse è proprio oggi che al Carnevale sono stati cambiati completamente i connotati.
I riti pagani, magici, spirituali non sono più nemmeno un ricordo.
Non va tanto meglio nemmeno se ci riferiamo all’aspetto meramente religioso.
La dimensione consumistica della società moderna ha dato l’impronta anche a questa festa.
Hanno resistito solamente le spettacolari parate in maschera, come evidente dimostrazione di un’opulenza diffusa e come tentativo estremo e personale di abbandonare per un momento il proprio ruolo sociale, il proprio passato.
Per la verità l’aspetto forse più consolidato e apprezzato del Carnevale, rimane quello delle sfilate di carri allegorici, dissacrazione satirica di un potere spesso mal sopportato o non condiviso, argomento insomma mai tanto attuale come in questo periodo!
Eppure il Carnevale rimane sempre il Carnevale: fa ancora ridere, divertire, gioire, estraniare da una pressante quotidianità, in un’epoca in cui saper apprezzare tutte queste cose diventa sempre più difficile.

Segue un’immagine che rappresenta la “follia in maschera” del Carnevale
(Fonti miste)

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22 Feb 2004

Di che umore sono oggi?

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Gocce dal cielo…
Laghi in conche di cemento
per raccogliere
il sale dei ricordi…

Potrebbe essere l’incipit di una futura poesia.
Per adesso però non mi va di continuare.
Mi limito ad annotarla qui, corredata di un’immagine esplicativa.
Per non dimenticare…

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17 Feb 2004

Sfinimento vs Catarsi

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Sono stanca, mio caro blog.
Stanca ed inerme dinanzi all’incedere violento dell’esistenza.
Ne sono testimoni i miei piedi, plumbei, callosi, sudati. Che giornataccia! E quante altre sue gemelle dovranno seguire ancora e ancora e ancora, con il loro ghigno sadico e le due ipocrite fessure che scintillano di pietà. Ho sempre odiato quel finto sorriso e, chissà perché, più aumenta il mio odio e più mi capita di incrociarlo. Inutile evitarlo, quello sfavillio di denti e occhi sarà sempre là, pronto a colpirmi. Che rabbia!
Vorrei tanto imparare ad evitarlo, ma mi è sufficiente quell’incrocio di sguardi, che sempre precede i miei intenti maledetto! – per soggiacere.
Impotente.
A questo punto, mio caro blog, ti starai chiedendo se è ad una cosa o ad una persona che sono dirette queste parole. Lo so, sono ambigua. Io preferirei mi definissi “ermetica”. Ma lo sono poi così tanto? Non ti svelerò l’arcano, preferisco le libere interpretazioni. Ed inoltre non amo parlare degli assenti. O almeno, non in modo esplicito. Ti basti sapere che raccontarti le mie sensazioni è uno dei pochi metodi che conosco per canalizzare le energie frustrate di questo mio lieve esistere.
Grazie, mio catartico amico.
E per dimostrarti quanto io ti sia riconoscente, ti dono il Custode dei miei Sogni…

Buona serata!

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14 Feb 2004

Amore?

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Ferite

Le porcellane della mia anima
scricchiolano,
dolorosamente oscillano
pronte ad infrangersi
e disperdere i cocci nell’oblio infinito.
Oltrepassano le barriere
impenetrabili del Tempo
e raggiungono,
pronte a trafiggere
crudeli, il cuore.
Forse giammai sgorgherà vermiglio sangue,
eppure schegge ivi albergheranno
indomite come infidi strali acuminati.
Ed affonderanno nella carne
fendendo, ferendo,
ogni volta che
Tu, – Amore -,
chiamerai

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14 Feb 2004

Peter Pan: il bambino che non voleva crescere

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«Domani comincerà per te una nuova vita,
ma non capirai più molte cose.
Non capirai più quando parlano gli alberi, né i fiori, né i venti.
Fine dell’infanzia … e non te lo immaginavi neppure.»
(Sir James Mattiew Barrie, “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”)

Chissà perché queste parole mi convincono poco, lasciandomi come loro ricordo solo una sottile scia di tristezza. Come l’impronta sinuosa di uno sci sulla neve fresca, che subito nuovi cristalli vanno a cancellare. Ma se anche non dovesse più nevicare, ci penseranno i primi raggi di sole, ambasciatori del disgelo, a dissimulare le prove del loro passaggio.
Perché dovrei iniziare una nuova vita se questa che ho non si è ancora esaurita? Perché dovrei perdere la magia dell’infanzia? Quella capacità che è unica e che riesce a donare un’anima alle bambole, a sussurare segreti al vento, a eternare il sorriso di una madre.
E a volare fino all’Isola che non c’è!
Se esiste Tinkerbell, ragazzi, ditemelo subito! Ho un appuntamento con la vita eterna!

Vostra “bambina che non crescerà mai”

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10 Feb 2004

Bolle di sapone…

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Limbo prêt-à-porter.
Un invisibile scudo della consistenza di una bolla di sapone accompagna i miei passi.
Mi succede da qualche giorno, un fenomeno improvviso che ha sorpreso il mio incedere silenzioso per i marciapiedi, nella difformità dei sampietrini divelti. Avviene quando la mente spazia libera e distratta lungo filari inanellati e sottili, tallonando treni di ricordi che corrono sui binari-fantasmi della fantasia. I pensieri si scontrano con i mille brusii che coprono i rumori della strada: luci, suoni, odori tutto scorre ovattato intorno a me, mentre il corpo, auto-investendosi da “reggente”, comanda agli arti passi e direzione.
A tratti sorrido a me stessa, felice come un bambino che indossa un vestito nuovo che però nessun altro potrà mai indossare: il «limbo prêt-à-porter» non è in vendita in nessun negozio!
È sufficiente desiderarlo, per poterlo indossare!
L’importante è prendere la vita con calma, adeguando il ritmo di vita esterna al proprio ritmo interno. Nessuna corsa a chi arriva primo, nessuna maratona del ritardatario, nessuna lancetta a sbarrare il nostro cammina.
È sufficiente soffermarci ad ascoltare i desideri della nostra anima e l’abito della Collezione Per-Tutte-Le-Stagioni verrà, per incanto, confezionato…

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09 Feb 2004

Ingresso in società di…

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“Lucy”

Feline onde,
o piccola Lucy,
le tue movenze incerte,
immature d’età precoce,
eppur pronte agli eventi
cui l’ecosistema ti destina.

Archi d’aria
descritti da passi
lievi ed aggraziati
col corpo sinuoso,
curioso d’ignoto,
come di un tesoro da scoprire.

Un’avventura dietro ogni angolo,
coraggio da vendere e paure da vivere,
in un mondo troppo grande
che scruti con i due laghi d’oro
- Topazi incastonati- i tuoi occhi,
sul prato d’argento che ti veste.

Può Madre Natura creare
un capolavoro d’orafo
e farlo dono all’essere
più abietto,
meno prezioso,
che calpesta il suo suolo?

Eppure tu, o piccola Lucy,
risplendi tra le mie mani imperfette
e da queste dipendi senza tema
permettendomi di vestirmi,
ogni giorno,
dei monili della tua perfezione.

Nota dell’autore: la poesia, come anche la foto, risalgono a circa 2 mesi fa. Ho cercato di mettere su l’articolo stanotte, ma il server aveva dei problemi. La piccola Lucy saluta (inchino) il blog!

Riferimenti: Altre sue fotine all’url:

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05 Feb 2004

"Effetto parallasse" ovvero… Ricordi di un viaggio

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Assorta, fissavo senza vederlo il compagno di viaggio di fronte a me.
I vagoni scivolavano sui binari intonando con le rotaie la nota melodia metallica.
In verità, poche cose di quel viaggio devono aver colpito i miei sensi, se non il ripetersi di quella musica e quell’inquietudine indefinita che accompagnava il mio sguardo mentre si perdeva oltre il finestrino.
Dapprima gli occhi si confusero nel tentativo di focalizzare gli oggetti che scorrevano nella porzione più vicina del campo visivo. Inutile.
Il mondo intero scivolava all’indietro in una folle corsa opposta alla corsa del treno.
Verificato che mi sarebbe stato impossibile fermare con lo sguardo i contorni policromi di quel mondo in corsa, mi costrinsi ad immaginare l’alternarsi di alberi, cespugli fioriti, sterpi secchi, cartelli segnaletici e argini di cemento.
D’un tratto, l’intrico di colori e forme si dipanò, lasciando generosamente il posto ad ampi paesaggi dai contorni netti e dal contenuto variegato. Correvano e velocità decrescenti fin quasi a fermarsi sull’orizzonte.
La memoria rievocò una nozione sepolta ed una severa voce maschile m’invase : “L’effetto parallasse è la variazione apparente di posizione che un corpo sembra compiere rispetto allo sfondo”.
Lo sguardo ne fu rapito.
Distese di campi coltivati divise in solchi rettilinei e regolari attirarono subito la mia attenzione e promisero nuova quiete ai pensieri. Tra una retta e l’altra si ergevano neonati tremuli steli.
Seguirono un gruppo di alberi, un ponte sopra un torrente, pianure incolte punteggiate da casolari dai tetti ad angolo.
Un’abitazione scalcinata occupò per un attimo l’intero campo visivo, poi il flusso di natura tornò.
Lontano sfilava una mandria guidata da uomini-formica, mentre l’area recintata più vicina, che continuava a correre con più impegno, mi era sembrata abitata da un gruppo ben assortito di cavalli.
Quel che più mi sembrava vicino continuava a scorrere via più velocemente e ad essere sempre più difficile da afferrare e fissare in modo definitivo, così come è in effetti difficile fermare l’attimo vissuto nel presente.
Poi lo sguardo volse lontano.
Altre case, altre macchie di colore sulle diverse gradazioni di verde, ma la cui corsa sembrava aver perso vigore. Alcune apparivano abitate e i recinti, le siepi potate e le automobili parcheggiate nei viali d’ingresso ne erano testimoni. Altre avevano le imposte serrate e l’intonaco sgualcito dai troppi anni di solitudine.
Infine, il profilo di colline e vette remote reclamarono le mie attenzioni.
Morbidi spigoli grigio-azzurri con screziature di verde e marrone si spostavano appena carezzando il cielo. Ora apparivano quasi immoti, vividi come i ricordi del passato.
Lo rividi in quelle montagne, così lontane eppure così chiare e solide ai miei occhi.
Poi lentamente anche quelle figure si allontanarono sullo sfondo, mentre ai loro piedi nuovi paesaggi si sostituivano ai vecchi.
Mi immersi di nuovo nel flusso delle immagini in movimento, ma la galleria inghiottì ogni colore.

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02 Feb 2004

Solitudini

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Com’è strana l’amicizia.
A volte ti sembra di non poter fare a meno di quegli sguardi comprensivi e ignari, di quegli scoppi di ilarità che mascherano gli spasimi, di quelle pacche sulla schiena che feriscono e consolano, di quegli imprevisti non cercati che però ti rendono importante. Solo gli amici veri ti sanno dare così tanto e, a volte, così poco, allo stesso tempo. Altre volte non vedi l’ora di scappare per non dover prendere sulle spalle i fardelli altrui, anche se a chiedertelo è qualcuno che si fa chiamare “amico”. Zavorre compromettenti che mettono di continuo alla prova il nostro senso di lealtà. Ci investono da cavalier serventi di pensieri urlati nel silenzio del cuore.
C’è poi colui che finge amicizia per ottenere qualcos’altro, c’è chi tu chiami “amico” senza che lui lo sappia, c’è chi confonde amicizia per amore o amore per amicizia.
E si, l’amicizia è davvero un dono complicato.
Ma ne abbiamo davvero bisogno?
Cos’è che ci impone di cercare persone di cui inondarci, spesso senza alcun criterio realistico di selezione? Siamo spinti dal caso o dalla necessità?
La verità è che stiamo combattendo. Contro la nostra più temibile rivale.
È dalla notte dei tempi che ingaggiamo inutilmente questa lotta, anche se, a sprazzi, ci illudiamo di averla sconfitta. Ma lei è sempre là, davanti a noi, dietro di noi.
Dentro di noi.
Ci avvolge con il suo abbraccio gelido e placentare per dirci che ci sarà sempre. Anche se la scacciamo, anche se la ignoriamo. Soprattutto se la ignoriamo. Sorella , amica, amante…
Ma noi preferiamo additarla come nemica.
E vaghiamo per il mondo con la nostra compagna Solitudine (con la S maiuscola, perché mi sembra giusto restituirle la dignità usurpatale, a volte, da coloro che chiamiamo “amici”). Soli, eppure mai soli, in mezzo a tante Solitudini che sfiorano la nostra, la riconoscono, la inseguono, la sfuggono.
Emily Dickinson si chiedeva: “Ci si sentirebbe più soli senza solitudine?”
Una domanda che mi fa rabbrividire.
Percepisco questa sensazione di ghiaccio che corre su per la schiena.
Cerco di focalizzare l’attenzione su questa corsa traditrice e mi allontano dal tavolo alla ricerca di un indumento che metta in fuga l’inverno improvviso in questa stanza rovente. La temperatura è scesa, fuori e dentro di me.
Ma perché sento di aver trovato l’attenuante per glissare la risposta?
Perché la forza della verità fa paura.
Mi impongo a forza di tornare davanti a questa pagina.
Le dita battono frettolose quanto segue.

Non so cosa risponderebbe il mondo, ma io so che mi sentirei più sola senza Solitudine, come mi sento sola tutte le volte che la chiudo fuori dalla mia vita persa ed intrusa nella moltitudine di altre inconsapevoli Solitudini.
Con questo non voglio declamare un Inno alla Solitudine, né professare un’Enciclica Anti-Amicizia.
La mia è un’esortazione affinché ogni uomo impari ad amare la propria Solitudine, la quale, anche quando ci sentiamo soli , possiede la grande capacità di metterci in contatto con la parte più autentica di noi stessi. Così la ricerca di un amico non nascerà dalla paura di essere soli, ma dal desiderio di mettere in comune le nostre non dissimili Solitudini.
Concludo, con questi miei pseudo-versi…

Solitudine…
La folla dell’anima,
mille voci nel silenzio,
e il tuo urlo inascoltato
.

Buona notte, mio caro blog!

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02 Feb 2004

Lunedì

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Lunedì.
Giornata sterile perché si trascina lo stato di sospensione della domenica. Una lunga parentesi incapace di generare frutti. Ho un sacco di cose da fare oggi: questo fine settimana ho sbarrato le scure al mondo e ho investito il mio tempo in sonno, risate e baccanali d’amore. Insomma, avrei dovuto ripartire alla grande questa mattina, ma qualcosa mi ha frenato. Non sono abituata ad avete tempo a mia disposizione e sono finita in fase di stallo. Solo pensieri e fantasia registrano entrate in attivo, quindi cerco per tutto il giorno di dare loro ordine e coerenza per poi convogliare l’amalgama che ne ho prodotto in questa sorta di elaborato, che già pare assumere le fattezze di un comizio delirante.
Perché non ho voglia di fare niente di quello che mi sono proposta di fare? Ci risiamo: “depressione” (vedi l’articolo precedente) creativa!
Delle varie cose annotate nel memorandum della giornata, sono riuscita a recapitare a destinazione la manicure, la spesa, qualche telefonata -fondamentalmente, inutile – questa pagina, forse. Se riesco a canalizzare le energie, più tardi prenderanno forma una doccia ed una bella cenetta romantica – e pure non garantisco sulla mia capacità di concentrarmi davanti ad un fornello.
Delle altre cose che avevo annotato, niente mi è sembrato veramente urgente, niente che non si possa rimandare – si può sempre rimandare lo studio!
Ma perché non voglio seguire l’esempio della formica? Accumulare oggi per vivere di rendita domani.
Ma serve davvero al mio stile?
Io che adoro avanzare con il fiatone, sentirmi sempre sul ciglio del crepaccio – quell’ineffabile sensazione di non potercela fare e, a volte, non farcela, appunto -, quell’ebbrezza data dalla paura del fallimento che ti consente di correre sul filo e che ti accorda la possibilità di chiamarti vittima nel caso in cui il filo si spezzi o l’acrobata perda l’equilibrio.
Concedermi respiro e morire di troppo ossigeno oppure affrontare i fondali e vivere in apnea?
Ci sto pensando.
Nel frattempo, scrivo.

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